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La fotografia di Legambiente sulla raccolta differenziata in Italia nel 2001

Cinque anni fa veniva approvato il Decreto legislativo 22/97 sui rifiuti che, recependo tre direttive comunitarie (91/156/CEE e 91/689/CEE e 94/62 CE), ha avviato nel nostro Paese la riforma della gestione dei rifiuti verso un sistema di tipo integrato.
Tra i risultati più significativi raggiunti in questi pochi anni va sicuramente annoverato l'incremento della raccolta differenziata: mentre nel 1996 interessava solo il 7,2% dei rifiuti urbani prodotti, nel 2001 ha raggiunto quota 16,9% (in presenza peraltro di un costante aumento dei rifiuti). A fronte di questo dato medio nazionale rimane, però, un consistente divario tra centro-nord e centro-sud e, mentre sono ormai centinaia i comuni che hanno superato quota 50%, sono soltanto nove le Province che hanno raggiunto percentuali superiori al 35%; cinque sono sopra il 30%, otto sopra il 25%, dodici sono ancora a percentuali di raccolta differenziata tra il 20 e il 25%. Oltre due terzi delle Province italiane sono, dunque, ben lontane dall'obiettivo del 35% da raggiungere entro il febbraio 2003, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 22/97.
Questi sono i dati emersi dall'indagine effettuata dall'Osservatorio Nazionale Rifiuti (ONR) e Legambiente, che vengono illustrati in questo rapporto.
L'indagine ha preso in considerazione i dati riguardanti la produzione dei rifiuti urbani e la raccolta differenziata, suddivisi per Regioni, aree geografiche e Province capoluogo di Regione, e sono state inoltre individuate le Province che al 2001 hanno raggiunto percentuali di raccolta differenziata pari o al di sopra del 20% dei rifiuti prodotti.
I numeri riportati nelle tabelle rappresentano una stima al 2001, costruita sulla base dei dati consolidati disponibili. La raccolta dati è stata, inoltre, accompagnata da verifiche effettuate da parte dell'Osservatorio Nazionale Rifiuti direttamente attraverso i vari Osservatori Provinciali, ove già operanti, o tramite gli uffici provinciali competenti.
Per quanto riguarda la produzione, si è registrato un aumento pari al 2%, una percentuale che segue il trend di crescita degli ultimi anni.
La produzione complessiva è stimata in 29.325.000 tonnellate, di cui quasi la metà nelle Regioni del Nord; ma è nelle Regioni del Centro che vi è stato il maggior aumento di produzione in termini percentuali. Tra le Regioni, il primo posto per la produzione lo detiene la Lombardia, seguita dal Lazio, dove maggiore è stato anche l'incremento percentuale (+4%) e dalla Campania.
Sono invece l'Emilia Romagna e la Toscana le Regioni dove si registra la maggior quantità di rifiuti prodotta pro-capite con 645,5 e 643,6 kg/abitante/anno.
Tra le Province capoluogo di Regione, quelle che presentano la più elevata produzione di rifiuti risultano Roma, Milano, Napoli e Torino. Da sottolineare comunque il fatto che l'aumento di 10 chilogrammi di rifiuti pro-capite, stimato come media nazionale, sembrerebbe bilanciato da un'analoga crescita in peso delle quantità pro-capite di rifiuti raccolti in maniera differenziata.
Dal dato complessivo regionale, in Italia sono stati raccolti in maniera differenziata circa il 16,9% dei rifiuti prodotti nel 2001, con un incremento rispetto all'anno precedente dell'1,7%: la Lombardia e il Veneto, rispettivamente con il 36,7% e il 31,4%, si confermano le Regioni con il tasso di raccolta più elevato, nel primo caso con percentuali che hanno già raggiunto l'obiettivo del 35% fissato per il 2003 dal decreto 22/97. Sopra la quota del 25% - obiettivo del 2001 - solo il Trentino Alto Adige e la Toscana, che tra l'altro è la regione che insieme al Veneto ha avuto il maggior incremento percentuale rispetto al 2001.
Tra il 15 e il 25% la Valle d'Aosta, il Piemonte, il Friuli Venezia Giulia e l'Emilia Romagna.
Nelle Regioni del Mezzogiorno, ancora in larga parte soggette ad Ordinanza di commissariamento, nonostante la raccolta differenziata raggiunga mediamente percentuali molto basse, aumenta il numero dei comuni che la avviano, soprattutto in Campania e Puglia.
Sempre con riferimento a tutto il territorio nazionale, si può notare come il dato riferito alle Province capoluogo di regione sia in linea con il dato regionale: sono soltanto due con percentuali superiori al 35% (Milano e Bolzano); una supera la quota del 25% (Firenze), cinque mostrano percentuali comprese tra il 15 e il 25%.
Il dato aggiornato al 2001 delle 34 Province che hanno raggiunto la quota del 20%, riferisce di un trend di crescita sovrapponibile a quello nazionale, con alcune eccezioni significative rappresentate da aumenti anche di 4-5 punti percentuale, come a Livorno (+5,4%), Prato (+5,2%), Cremona (+4,7%).
Ciò che emerge da questo studio è che la gran parte delle Province sono ancora lontane dall'obiettivo del 35% fissato da qui ad un anno dal D.lgs. 22/97 e che le Province dove si è registrata una crescita quasi nulla sono proprio quelle che si attestavano nel 2000 a quote intorno al 20%. Là dove già si registravano quote più alte, il trend è in costante aumento, segno che la raccolta differenziata è ormai un elemento consolidato della gestione dei rifiuti urbani, entrata a far parte della mentalità dei cittadini ed operata con costi competitivi rispetto ai sistemi di gestione tradizionale.
In molte aree di queste Province si opera da tempo la raccolta differenziata della frazione organica, che, oltre a giocare un ruolo centrale di per sé, si è rivelata elemento di traino anche per le altre frazioni di rifiuti urbani proprio nei sistemi dove si conseguono i maggiori risultati in termini di raccolta differenziata.
La definizione degli obiettivi di raccolta differenziata introdotti dal Dlgs.22/97 ha dato un forte contributo alla crescita del settore di raccolta della frazione organica compostabile, elemento chiave per poter raggiungere le percentuali del 35% fissate al 2003. Numerose sono, quindi, Regioni e Province che inseriscono la strategia della differenziazione secco/umido nei Piani locali, come sempre più numerosi sono i comuni e i consorzi che attivano tali raccolte, anche in anticipo sulle previsioni dei Piani regionali e provinciali.
A fine 2001 risultano circa 1.500 i comuni coinvolti nella raccolta secco-umido, a fronte dei 576 del 1998. Dalle 598.000 tonnellate di frazione organica raccolte separatamente nel 1997, nel 2001 si è passati a 1.375.000 tonnellate, che rappresentano il 27,9% della raccolta differenziata complessiva (nel 1997 la percentuale era del 23,9%). La media pro-capite si è attestata a 23,8 chilogrammi per abitante-anno, un valore ancora lontano dai 75 kg/ab/anno della Germania, ma di indubbio interesse, anche dal punto di vista del risultato in termini economici: il fatturato annuo è arrivato a 715 miliardi con un numero di addetti pari a 1.841, che erano appena 70 nel 1993. I dati relativi al mercato del compost di qualità dimostrano che esso viene interamente assorbito e che anzi la disponibilità risponde solo parzialmente alla domanda di humus del nostro Paese.
A fronte dell'incremento della raccolta differenziata, il sistema industriale del riciclo organizzato nel Conai anche nel 2001 ha confermato di essere pienamente in grado di recuperare tutto il materiale proveniente dalla raccolta differenziata: tale materiale sommato alla quota di recupero energetico ed al materiale proveniente dalla piattaforme (promosse dai Consorzi di filiera per intercettare anche gli imballaggi secondari e terziari) ha permesso al Conai di riciclare nel 2001 circa 5.000.000 di tonnellate, superando ampiamente quota 42%.
Anche se lo studio presentato non ha approfondito analiticamente la situazione, è evidente invece che permangono seri problemi nell'avviare interventi efficaci nella prevenzione della produzione dei rifiuti.
E proprio la prevenzione e il mancato decollo del recupero energetico, rappresentano i nodi non ancora risolti nella politica di gestione dei rifiuti nel nostro Paese. I continui rinvii nell'avvio della tariffa hanno peraltro contribuito ad aggravare questa situazione.
A questo proposito va sottolineato come un altro elemento da tenere presente nell'analisi del sistema di gestione in atto è quello relativo ai costi di smaltimento: il basso costo del conferimento in discarica (una realtà ancora molto diffusa) ed il fatto che non siano state ancora introdotte limitazioni sostanziali all'uso di questa modalità di smaltimento, rappresentano un forte elemento di distorsione per l'avvio di sistemi di gestione integrata efficienti ed in linea con altri paesi europei.
In molte Regioni, soprattutto del Mezzogiorno, inoltre si utilizzano ancora impianti assolutamente non adeguati, che operano in regime di ordinanza contingibile e urgente ai sensi dell'art.13 del Dlgs. 22/97.
Il Dlgs. 22/97 all'art.5 comma 6 prevedeva che dal 1° gennaio del 2000 potessero essere smaltite in discarica solo alcune tipologie di rifiuti, che dovevano essere identificate tramite apposito decreto; questo termine è stato poi prorogato sino al recepimento della direttiva europea 99/31/CE sulle discariche, il cui termine era fissato per il 17 luglio 2001. Con un'ulteriore proroga è stato posticipato il termine di un altro anno.
Tra l'altro, è stata anche avviata una procedura d'infrazione da parte della Commissione Europea verso il nostro Paese per non aver ancora recepito la Direttiva 99/31/CE sulle discariche.
Un grave ritardo va segnalato anche nell'avvio di un sistema di raccolta e di recupero dei beni durevoli dismessi, ovvero frigoriferi, surgelatori, congelatori, televisori, computer, lavatrici, lavastoviglie e condizionatori d'aria.
Sono ben 750.000 le tonnellate di beni durevoli immessi al consumo domestico nel triennio 97-99. Delle 253.773 tonnellate messe in commercio nel 1999, una quota pari a 182.427 sono state quelle dismesse, di cui solo 24.600 (13,48%) raccolte in maniera differenziata e di queste solo 17.000 tonnellate sono state trattate in piattaforme pubbliche e private specializzate.
Si stima che nelle case degli italiani siano presenti almeno 20 milioni di frigoriferi, una quota analoga tra lavatrici e televisori, e circa sei milioni di lavastoviglie; considerando la durata media di tali apparecchiature, e a fronte di un consumo medio annuo complessivo di quasi dieci milioni di pezzi, sarebbero almeno 5 milioni e 500mila gli elettrodomestici dismessi ogni anno, pari a oltre 170mila tonnellate di materiale, di cui circa 1.500 costituite da sostanze pericolose.
Le varie iniziative intraprese per raggiungere tramite protocolli d'intesa e accordi di programma, il decollo di un sistema di raccolta e recupero capace di intercettare le quantità dismesse sul mercato di beni durevoli ed il loro corretto trattamento prima dello smaltimento finale, non hanno dato i risultati sperati. Tant'è che la gran parte delle piattaforme nate con questo obiettivo sono di gran lunga sottoutilizzate, con gravi danni per l'economia e per l'ambiente. A questo proposito è significativo ricordare che nel solo anno 2000 sono state rilasciate in atmosfera oltre 2.500 tonnellate di gas nocivi per l'ozono (CFC, HCFC) a causa del non corretto smaltimento delle apparecchiature che li contengono.
Le norme che a livello nazionale regolano la corretta gestione delle diverse fasi di raccolta, trattamento e smaltimento degli elettrodomestici fuori uso sono quelle relative alla gestione dei rifiuti (il decreto legislativo 22/97 e successive modifiche e integrazioni e i relativi decreti attuativi) e alla cessazione dell'impiego di sostanze potenzialmente lesive dello strato di ozono stratosferico e il loro corretto smaltimento (la legge 549/93, successivamente modificata dalla legge 179/97).
Sempre per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, il decreto del Ministero dell'ambiente n. 141 dell'11 marzo 1998 stabilisce il divieto di smaltire in discarica i rifiuti contaminati da sostanze che possono ledere lo strato di ozono stratosferico (quali CFC e HCFC contenuti nei circuiti refrigeranti di frigoriferi e condizionatori di vecchia generazione e nelle schiume poliuretaniche). Tale decreto prevedeva una deroga fino al 31 dicembre '99: dal 1° gennaio 2000, quindi, i divieti sono diventati tassativi per tutte le discariche, senza eccezioni.
Va sottolineato inoltre che dal 1° gennaio di quest'anno i beni durevoli sono classificati, secondo i nuovi codici europei, come rifiuti pericolosi e che quindi sono sottoposti a procedure ancora più stringenti.
Inoltre decorsi tre anni dall'entrata in vigore del Dlgs.22, era prevista - all'art. 44 comma 4 - la possibilità da parte del Ministero dell'Ambiente, nel caso in cui non fossero state prese misure atte a tutelare la salute pubblica e dell'ambiente, di introdurre un sistema di cauzionamento obbligatorio per avviare programmi di corretto smaltimento di questa tipologia di prodotti a fine vita.
L'introduzione di un sistema obbligatorio strutturato attraverso un apposito Consorzio, deputato alla raccolta dei beni durevoli dismessi, anticiperebbe di fatto quanto previsto da una direttiva europea in discussione. La direttiva - che verrà approvata verosimilmente entro l'anno in corso - prevede che gli Stati membri organizzino la raccolta dei beni durevoli a fine vita, come servizio al cittadino. Spetterà ai produttori ritirare i rifiuti dagli appositi centri di raccolta, dai quali dovranno essere trasportati agli impianti di trattamento. Le percentuali minime di recupero che entreranno in vigore entro il 2006 variano tra il 70 e il 90%, secondo la tipologia del prodotto, e i costi saranno pienamente a carico dei produttori, senza oneri per i consumatori.

 


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